Impartido por: Dra. María Pilar Rivero
Gracia. Grupo de investigación Urbs. Área de Didáctica de las Ciencias Sociales.
Dpto. Didáctica de las Lenguas y de las Ciencias Humanas y Sociales.
Universidad de Zaragoza.
Objetivos de la
asignatura
Poder
evaluar críticamente, desde el punto de vista arqueológico y didáctico,
productos de enseñanza y comunicación basados en Arqueología virtual. Crear
materiales propios que faciliten la adaptación de productos basados en
arqueología virtual para su utilización didáctica en contextos de enseñanza
formal e informal.
The surprise hit of Google I/O was without a
doubt Cardboard. Google’s paper product — or phone-based VR viewer
— made its debut during yesterday’s keynote, and today, David Coz, the
project’s founder, revealed its origins.
Depending on who you ask at I/O, Google went ahead
with this project either because it wanted to show that Facebook overpaid for
Oculus Rift or because it is jealous that it couldn’t acquire
it. According to Coz, however, who works for Google’s Cultural Institute
in Paris, Cardboard was simply a project he felt like working on.
“I’m a big VR fan,” he said, adding that there
has been so much progress in this space in the last few years. With Cardboard,
he wanted to see how he could build a VR viewer in the “simplest and cheapest
way".
The project started about six months ago. After Coz
showed it to Google Research scientist Christian Plagemann in Mountain
View, it became his 20 percent project, and the company decided to go
ahead with it for a larger project.
So why use cardboard? Coz said he started working with
it because it was an easy way to hack together a prototype, but he also liked
it because he wanted the viewer to look really simple. All the processing,
after all, is handled by the phone. In addition, he noted that Google wants
anybody “to just take scissors and staplers and modify it".
To be fair, others have tried a similar approach to
phone-based VR viewers. None of them, however, can match Google’s reach
and existing developer ecosystem.
Si chiama Pompei Touch l’app lanciata lo
scorso marzo da Raffaele Gentiluomo. Incontriamo l’ideatore alle falde del
gigante Vesuvio, a Torre del Greco, ed il pensiero non può che andare
li, a quello che accadde nel 79 d.C., anche “grazie” a quel nefasto evento oggi
ha modo di esistere Pompei e di conseguenza questa app innovativa.
Raffaele da sempre impegnato nel campo nella
computeristica informatica applicata ai beni culturali, ci illustra la sua
“creatura” affermando orgoglioso che “l’app permette di tornare indietro di
quasi 2000 anni. Con un tocco di polpastrello Pompei riprende forma sotto le
nostre dita”.
Pompei Touch è l’unica applicazione al mondo che
permette la ricostruzione dei monumenti con fotografie in maniera perfettamente
combaciante. Si inizia con una foto di uno dei monumenti dell’attuale
Pompei e con un tocco l’app ce ne ripropone la ricostruzione
originale, in 3 dimensioni, portandoci in un millesimo di secondo nelle strade
della cittadina romana. Un’opzione ci permette di contestualizzare l’immagine
creata inserendo personaggi, strumenti, mezzi di trasporto e tutto ciò che
potevamo ritrovarci di fronte in una giornata qualunque nelle strade della
cittadina vesuviana.
“Per rendere tutto ancora più realistico - racconta
Raffaele - ci stiamo avvalendo del supporto e del confronto continuo con Anna
Bilardi, socia dell’Associazione Regionale Guide Turistiche, che man mano ci
indica i monumenti, le domus e le strade da sviluppare in base alle esigenze e
alle richieste dei turisti”. L’obiettivo continua l’ideatore, “è riuscire in
breve tempo a coprire tutte le zone attualmente visitabili dell’area
archeologica di Pompei, per rendere cosi un servizio completo ai visitatori degli
scavi che potranno ricostruire con i loro smartphone e tablet in tempo
reale Pompei e capire meglio la vita quotidiana di quel periodo. In futuro
contiamo di estenderlo a tutti i siti archeologici vesuviani”.
Un’app, disponibile sia per i dispositivi android che
apple, che ha richiesto un anno di duro lavoro da parte del team che comprende
gli sviluppatori della 10th art studios di Torre del Greco, due fotografi
professionisti ed una coppia di consulenti scientifici. “Duro il lavoro di
fotografia all’interno degli scavi, ancora di più l’ottenimento della
autorizzazioni da parte della Soprintendenza Archeologica ma alla fine ne è
valsa la pena” – conclude Raffaele Gentiluomo.